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Franco Mancini e quel carrello pieno di vinili reggae

18 Mag 2020 | Racconti

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Esistono giocatori in grado di entrare e restare nel cuore dei tifosi pur avendo indossato casacche rivali. Perché sul campo lasciano impegno e sudore, mentre fuori dispensano sorrisi e genuinità. Uno di quei giocatori è sicuramente Francesco Mancini, detto Franco, OrsoManchoGiaguaro o l’Higuita dei Sassi, a seconda delle avventure che lo hanno visto protagonista.
Materano, è stato ben più di un pugliese d’adozione visto che ha legato sia la sua carriera sia la sua vita privata a tante città della nostra regione: da Bisceglie a Manfredonia, da Martina Franca a Trani, passando ovviamente per Foggia e Bari
Franco a Matera conduceva una vita dura: sin da adolescente di notte faceva il panettiere e la mattina, senza chiudere occhio, si andava ad allenare. Nel tempo libero, poi, si dedicava all’altra sua grande passione: la musica reggae, da suonare incessantemente sull’amata batteria. Si narra che proprio al termine di una prova con la band, e prima di recarsi al forno per preparare il pane, fu intercettato dall’allora direttore sportivo del Foggia, il barlettano Peppino Pavone

1 Franco Mancini, portiere, Foggia, Zeman, Foggia dei MiracoliMancini ha 18 anni, è un ragazzo semplice e schivo. Quando suona tende a nascondersi con la batteria dietro agli altri componenti del gruppo e nello spogliatoio non parla mai, tanto da essere soprannominato Orso. In campo però è un’altra persona. Nelle giovanili, infatti, è stato un attaccante e ha conservato non solo l’abilità con i piedi ma anche la capacità di pensare come un attaccante per poterlo contrastare meglio. Questo è il tipo di portiere che sta cercando il nuovo allenatore del Foggia, Zdenek Zeman: un gatto tra i pali ma al tempo stesso uno spericolato kamikaze fuori. In pratica, un libero coi guanti, capace di guidare la difesa di una squadra costantemente votata all’attacco. Un atteggiamento rivoluzionario per l’epoca. Forse troppo, dal momento che la prima esperienza del boemo sulla panchina rossonera finisce con un esonero. Tre anni dopo, però, viene richiamato e Franco Mancini è ancora lì a fare il secondo portiere. Ha solo vent’anni e sarebbe un rischio farlo esordire in una neopromossa in B: alla quinta giornata a Barletta il cappellino gli va sugli occhi e subisce un gol balordo dopo un’uscita azzardata, ma Zeman lo conferma e lui a Foggia ci resterà per nove stagioni. Nove stagioni in cui porterà la squadra dalla Serie C1 alla Serie A, protagonista indiscusso del Foggia dei miracoli con le sue uscite a valanga sulla trequarti campo, le chiusure coraggiose sfruttando l’intero corpo ed – emblematico più d’ogni altra cosa – quell’indimenticabile sombrero (non un tunnel, come erroneamente si racconta) a un certo Marco Van Basten, con la porta lontanissima e completamente sguarnita alle sue spalle.

2 Franco Mancini, portiere, Foggia, sombrero, tunnel, Van Basten
 



Nell’autunno del 1995, però, Mancini è triste. Il Foggia è retrocesso in B, ma non è quello il problema. Il nuovo tecnico Delio Rossi ha promosso titolare il giovane portiere Brunner e Franco langue in panchina. Nel frattempo, il suo mentore Zeman è sulla panchina della Lazio, dove da un anno contende lo scudetto a Juventus, Milan e Parma. Zeman però ha un problema: dopo nemmeno tre mesi di campionato si sono infortunati entrambi i portieri, Marchegiani e Orsi, e il primo pensiero ovviamente è per Franco Mancini. Lasciare Foggia gli pesa, da tre anni ha trovato l’amore con Chiara e lì vorrebbe metter su famiglia. Ma è proprio Chiara a convincerlo che non farlo sarebbe una follia, vista la grandissima opportunità che gli offrono la squadra capitolina e il tecnico boemo. E così lo segue a Roma. Ad aspettarlo trova Zeman e vecchi compagni del Foggia dei miracoli come Chamot, Rambaudi e Signori, capitano dei biancocelesti. Ma anche un’altra sorpresa. Il negozio di musica da cui ha sempre acquistato dischi in vinile per corrispondenza, infatti, ha appena traslocato dalla sede nel quartiere San Lorenzo a Roma ad Acilia, un paesino a sud della Capitale. Esattamente la direzione opposta rispetto a Formello, dove si trova il centro sportivo della Lazio. Per Mancini è un bel tratto in più da fare in macchina ma ogni volta, prima o dopo gli allenamenti, allunga il giro e si ferma da Good Stuff.
 

3 Francesco Mancini Foggia Zeman Zaccheria

 
Come racconta nel libro Febbre a 33 Giri Fabrizio Laganà – all’epoca inserviente e responsabile degli acquisti per corrispondenza – per Franco Mancini il negozio di musica Good Stuff di Acilia era diventato un appuntamento fisso. Per lui, così ben abituato alla vita di provincia, era un modo per sfuggire alle frenesie della Capitale, un rifugio all’interno del quale nessuno gli avrebbe mai parlato di lavoro, facendogli i complimenti, chiedendo magliette, autografi o magari contestandogli la prestazione della domenica prima. Dentro Good Stuff, ad Acilia, Franco Mancini era solo un ragazzo di ventott’anni amante della batteria e vorace di dischi in vinile reggae. Eppure sarebbe potuta andare diversamente. Già perché Laganà della Lazio era stato un grande tifoso, ma col calcio aveva chiuso da un decennio. La faccia di Franco Mancini, dunque, non gli diceva niente. Né poteva immaginare i motivi dietro il “trasferimento di lavoro” che avvicinò a Roma quella voce cui aveva sempre messo da parte i dischi via telefono per poi spedirglieli a Foggia. Una sera, però, Mancini arrivò molto tardi al negozio, trovandolo praticamente chiuso e con Laganà dentro a fare l’inventario. Si presentò dopo l’allenamento ancora col borsone della Lazio e lì vennero fuori gli altarini. A quel punto Franco prese uno dei carrelli che venivano usati per spostare i grandi pacchi di dischi, lo svuotò e lo lanciò a Fabrizio dicendogli: “Vai Fabrì, riempimelo come sai tu. E visto che eri laziale, poi fammi lo sconto.



4 Franco Mancini, portiere, Foggia, Bari, Bisceglie, Manfredonia, Martina Franca, TraniDopo i sei mesi alla Lazio, Mancini tornerà a Foggia prima di indossare i colori dei rivali del Bari. Anche qui Franco saprà farsi amare per tre stagioni, volando tra i pali biancorossi elastico, reattivo e temerario nonostante la sua statura sfiorasse appena il metro e ottanta. Il richiamo del maestro Zeman, però, è ancora fortissimo e nell’autunno del 2000 lo segue nella sfortunata esperienza di Napoli, dove retrocederà a fine stagione. Dopo altri due campionati coi partenopei, a 35 anni Mancini ha ancora voglia di giocaree gira tra i campi di Pisa, Sambenedettese, Teramo e Salernitana, prima di chiudere la carriera in Puglia con Martina Franca e Fortis Trani.
Trasferitosi con la famiglia a Manfredonia, città d’origine della moglie, non era raro vederlo la sera esibirsi alla batteria in qualche locale della Capitanata come il vecchio Big Bamboo di Piazza Mercato, a Foggia: luci soffuse, arredamento etnico e musica reggae a tutto volume, qui Mancini era un habitué, essendo amico del proprietario. Con qualche ricciolo in meno ma con il sorriso e la spensieratezza di sempre, dava sfogo al suo animo ribelle sui ritmi in levare della batteria, tra un panino, una birra e le immancabili sigarette. Altro punto in comune col padre putativo Zdenek Zeman, che lo richiamò a sé in qualità di preparatore dei portieri prima nuovamente a Foggia e poi anche a Pescara, al cospetto di giocatori quali Verratti, Insigne e Immobile che alla fine di quell’anno conseguiranno la promozione in A. Promozione che Franco Mancini non riuscì a festeggiare, stroncato da un infarto a soli 43 anni.
 

5 franco-mancini-batteria musica reggae

 
Zeman gli dedicherà commosso quella vittoria, mentre sia il Foggia sia il Matera gli intitoleranno rispettivamente una curva e una gradinata dei loro impianti. Di sicuro tutti lo ricorderanno come un ragazzo che non si risparmiava, tanto in porta quanto alla batteria, che ha rivoluzionato il ruolo del portiere nel calcio italiano con la sua straordinaria umiltà e determinazione, tra una parata estrosa, una sigaretta e un vinile di Bob Marley. 
 
 
Luca Brindisino
www.pennaverde.it

*Photo Credit: Sassilive.it





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