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Eroi di Puglia: Franco Causio

11 Mag 2021 | Approfondimenti

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Col numero 7 sulle spalle, capelli voluminosi e baffoni, è divenuto l’iconico simbolo del riscatto non solo dei pugliesi, ma di tutti i meridionali che negli anni ’70 e ’80 erano costretti a lasciare la propria terra sapendo di andare incontro a sfruttamento, frustrazione e discriminazioni.      

Grazie al suo scatto bruciante, la finta irresistibile, il dribbling ubriacante, il cross millimetrico, Franco Causio è partito adolescente dalla Puglia per conquistare il mondo palla al piede.

Figurine Eroi di Puglia - Franco Causio



Franco Causio - eroe di PugliaLa leggenda delle “undici furie” di Adamo

La storia dedicata a Totò De Vitis inziava descrivendo la Lecce storica e calcistica del 1964.

Un anno più tardi, i giallorossi salentini sono sempre nel bel mezzo di una profonda crisi sportiva e finanziaria che dal 1949 li vede annaspare tra terza e quarta serie sportiva. Senza una vera proprietà, l’Unione Sportiva è in mano a un commissario a corto di fondi e di entusiasmo dopo la B sfumata nel 1962. Da allora si fa molta fatica a tenere in ordine i bilanci e, se in un primo momento era venuto meno qualche premio partita, col passare degli anni cominciano a saltare anche gli stipendi. Il malumore nella squadra è palpabile, ma il rispetto verso i tifosi, la città e la maglia viene prima persino dei soldi e i giocatori si impegnano al massimo, tanto da raggiungere la salvezza con ben tre giornate d’anticipo. A quel punto, però, decidono di mettere in piedi un’iniziativa clamorosa e inedita. Molti, infatti, erroneamente attribuiscono al Bologna del 1974 il primo caso di sciopero italiano dei calciatori, ignorando quello che successe a Lecce ben nove anni prima, nel 1965. Per protestare platealmente contro la mancata liquidazione degli stipendi, dopo lo 0-0 casalingo col Cosenza che sancì la salvezza aritmetica Trevisan e compagni decisero legittimamente di scioperare non scendendo più in campo. Una contestazione che spiazzò tutti tranne lo storico responsabile del settore giovanile del Lecce, Attilio Adamo. A risultato stagionale conseguito, infatti, Adamo capì che quelle ultime tre partite sarebbero state un’occasione unica per lanciare nella mischia i suoi talentini, alcuni dei quali come Cartisano, Sensibile, Donadei e Russo già impiegati stabilmente tra i titolari. Tra quei giovincelli c’è anche un sedicenne leccese doc che Adamo segue con occhio particolare: Franco Causio.

Durante le ore di educazione fisica dell’Istituto Tecnico Industriale “Enrico Fermi” di Lecce tutti vogliono stare in squadra con lui. Col pallone tra i piedi è un funambolo e non è un caso che Adamo (ex ala destra pure lui) lo osservasse sin dai tempi del NAGC («Nucleo Addestramento Giovani Calciatori») e della sua Juventina prima di aggregarlo alla “De Martino” del Lecce (com’era chiamata l’allora squadra Primavera).

Forse temendo di subire delle goleade imbarazzanti, in quelle ultime tre uscite stagionali ai giovani giallorossi fu tolto il peso della maglia ufficiale e venne loro fatta indossare una casacca (oggi divenuta culto introvabile) verde con una banda diagonale giallorossa. Con il mentore Adamo in panchina, i ragazzini terribili danno filo da torcere alla Reggina capolista dell’allenatore barese Tommaso Maestrelli perdendo solamente 2-1 in Calabria nella giornata in cui la maggior parte di loro esordiva da professionista. Poi al Carlo Pranzo di Lecce misero in imbarazzo la forte Sanbenedettese passando addirittura in vantaggio e reggendo bene sul pari prima di subire il gol dell’1-2 solo all’87°. Nello spogliatoio tra il primo e il secondo tempo, sul risultato di 1-1, l’allenatore dei marchigianiAlberto Eliani fa volare di tutto: si aspettava dei bambini, ha trovato “undici furie” (come da lui stesso definiti) e minaccia addirittura una pesante multa se i suoi non avessero vinto. In particolare c’è un tornante che, dopo aver fatto ammattire una vecchia volpe come Olmes Neri a Reggio Calabria, sta praticamente devastando i suoi esterni, che non riescono in nessun modo a fermarlo. Eliani se ne innamora e a fine gara blocca Attilio Adamo per ottenere informazioni su di lui. Quel ragazzo è Franco Causio.

Franco Causio Eliani conosce benissimo i problemi finanziari del Lecce e fa leva su questo per convincere Adamo a cederglielo immediatamente, prima che qualcun altro lo adocchi. Ma il ragazzo ha solo sedici anni, la mattina va a scuola e il pomeriggio dopo i compiti, quando non si allena, dà una mano alla famiglia facendo il garzone da un barbiere: è complicato sradicarlo così, da un giorno all’altro. Eliani però lo vuole a tutti i costi e Adamo lo porta a parlare con mamma Anna e papà Oronzo, una vita a bordo della sua Ape Piaggio a trasportare bombole di gas in giro per il Salento. Eliani gli dà la sua parola d’onore: avrebbe seguito Franco giorno dopo giorno, passo dopo passo, e non gli avrebbe fatto mancare nulla nemmeno a livello economico. Alla fine Oronzo si convince, ma strappa al figlio Franco una promessa: che un giorno sarebbe tornato a giocare con la maglia del Lecce.

 

 

Il valzer dei provini

È lo stesso Attilio Adamo ad accompagnarlo con la sua macchina da Lecce a San Benedetto del Tronto nell’estate del 1965. Alberto Eliani lo sistema presso una buona famiglia: marito, moglie, due figli e una stanza per gli ospiti pagata dalla Samb. Si raccomanda di controllarne orari e regime alimentare, al resto ci avrebbe pensato lui. 

Alla Samb il giovane Franco fa vita da atleta e spedisce via vaglia ai genitori esattamente metà dello stipendio percepito: vuole ringraziare la famiglia dei sacrifici fatti e cominciare a supportarla concretamente. Soltanto molti anni più tardi scoprirà che papà Oronzo non toccherà mai una lira di quelle provenienti dalle Marche: preferirà versare tutto su un libretto intestato proprio al figlio, continuando la vita semplice e umile di sempre.

Come promesso, Eliani prende Causio sotto la sua ala. Lo fa allenare duro sulla spiaggia di San Benedetto insieme ai grandi e ogni tanto lo butta pure in campo la domenica, suscitando le attenzioni del commissario tecnico della Nazionale Under 16 Giuseppe Galluzzi, che lo vuole sempre più spesso con sé a Coverciano. Ma Eliani sa che non può bastare e così il martedì e il mercoledì lo mette in macchina e lo porta in giro per l’Italia a fare provini, com’era in uso all’epoca nelle piccole società per cercare di piazzare i propri talenti. E ogni volta per l’adolescente Franco sono illusioni e speranze che si tramutano puntualmente in cocenti delusioni. Viene scartato prima dal Mantova, poi dall’Inter. Il Bologna ci fa un pensierino ma la squadra che pare voler maggiormente investire su di lui è il Torino, che lo ospita venti giorni nel convitto di Corso Vittorio per visionarlo più attentamente facendogli respirare l’aria degli spogliatoi del Filadelfia, quelli del Grande Torino. Il ragazzo il dribbling ce l’ha e la personalità pure. Sembra fatta, tant’è che Causio segna già il numero della camera della pensione dove avrebbe potuto soggiornare. E invece il vice dell’allenatore Nereo Rocco, un certo Enzo Bearzot, fa sapere a Eliani che “’Xe bon, ma ‘no gà el fisico. Franco è scoraggiato ed Eliani prova a tenergli il morale alto aumentando il suo minutaggio in campo (a fine stagione saranno 13 le presenze in rossoblu). Franco Causio

È il dopo partita di Sambenedettese-Bari, vinta dai marchigiani proprio grazie a un gol del salentino, ed Eliani gli comunica di prepararsi: si va a Forlì per un ennesimo provino, stavolta un open-test organizzato dalla Juventus. Causio non ha nessuna intenzione di andarci, pensa sia tutto inutile ed Eliani fa un bel po’ di fatica a convincerlo, ma una volta lì la sua motivazione è alle stelle. La partitella inizia e Franco è un tornado: nei primi dieci minuti mette a soqquadro la difesa avversaria segnando pure un paio di gol. Passano pochi giri di lancette e un signore con la divisa da ferrotranviere fa cenno che basta così e lo fa uscire dopo nemmeno un quarto d’ora di gioco. Causio non ci vede dalla rabbia: manda tutti a quel paese e negli spogliatoi informa Eliani che non ne poteva più e che quello sarebbe stato il suo ultimo provino. E così sarà.

La sensazione di aver fallito accompagnerà Causio fino al termine della stagione. Non può sapere che quel signore, oltre ad essere un dipendente delle Ferrovie dello Stato, è anche il capo scouting della Juve per le Marche e il Lazio. E che lo ha tolto dal campo subito solo per nasconderlo ai taccuini rivali. Il suo nome è Luciano Moggi e da quel giorno non mancherà di inviare in segreto l’osservatore Virginio “Viri” Rosetta alle partite della Sambenedettese.

Causio si sta godendo il relax estivo con la famiglia nella marina leccese di San Cataldo quando gli viene recapitato un telegramma da Torino. “Che Rocco abbia cambiato idea?”, sobbalza ignaro e speranzoso. Invece la missiva non proviene dalla sponda granata della Mole, bensì da quella bianconera e lo invita a presentarsi in Galleria San Federico, la sede della Juventus

Ci mettono tutti un po’ a capire che sta succedendo veramente. Tra l’altro, ironia della sorte, Franco è un tifoso milanista: stravede per la classe sopraffina del regista Dino Sani, nutre profonda ammirazione per Gianni Rivera e, al massimo, il suo punto di riferimento calcistico è Jair, l’ala destra dell’Inter. Ma di juventinità nemmeno l’ombra.




L’importanza della gavetta

Estate 1966. Passato da San Benedetto per fare le valigie e salutare tutti, Franco si reca a Torino. Nella sede di Galleria San Federico lo accolgono il presidente Catella e Giordanetti, dirigenti che precedettero l’era Boniperti e artefici di quello che poi sarà lo scudetto ‘66/’67. La vita nella Torino di fine anni Sessanta a diciotto anni è particolarmente dura. Nello scomodo pensionato di Via Susa lo mettono in camera col capitano Tino Càstano, antesignano di quello che sarà lo stile Juve, che condivide con lui i viaggi in tram verso lo stadio insegnandogli le virtù del sacrificio, del rispetto e del silenzio. Causio gioca con la Primavera ma si allena quasi sempre con la prima squadra sotto gli occhi del mister Heriberto Herrera. Il giovane leccese si sente “come un bimbo alle giostre”: oltre a Càstano può ammirare Leoncini, Del Sol, Favalli, Bercellino, Salvadore ma soprattutto il fantasista Haller – un tedesco-napoletano con la paura dell’aereo e della moglie, da cui Causio carpirà diversi segreti – e il brasiliano Cinesinho, che lo adotta come fratello minore e lo aiuta in campo e fuori.
Franco Causio

Il rude allenatore paraguaiano lo tiene in considerazione ma passa un anno e la chance non arriva. Franco attende con pazienza ed umiltà la sua occasione che giunge un giorno all’improvviso, poco prima del suo diciannovesimo compleanno. La squadra è in ritiro a Mantova la domenica mattina prima della partita e lui sta sorseggiando un caffè in attesa del suo turno al flipper quando il massaggiatore Sarroglia gli intima di salire in camera dal mister, senza aggiungere altro. Franco Causio

Causio non immagina quale sia il motivo della convocazione, anzi, è più preoccupato che altro. E l’atmosfera con cui viene accolto infittisce il mistero: Heriberto Herrera si fa trovare in penombra, con le finestre socchiuse, dietro la sua scrivania da cui si poteva solo intravederne la sagoma. La sua reputazione di tipo burbero e severo non fa presagire nulla di buono. Tutti i giocatori lo temono, in particolare per via di quella sua fissa per l’alimentazione: vengono pesati tutti i giorni, prima e dopo l’allenamento, e se non si registrava anche un minimo calo scattava la multa.

Causio entra nella stanza a passo felpato, specificando che è lì solo perché glielo ha detto il massaggiatore. E lui, senza scomporsi, col suo incedere latinoamericano gli fa: “Luis (Del Sol, ndr) è indisponibile. Quindi tocca a lei: è il suo momento”. Causio balbetta ed Herrera incalza: “Per caso non se la sente?”. “Come no!”, risponde stavolta deciso il leccese. “Muy bien allora – gli ribatte il paraguagio – perché la fascia destra, oggi, me la deve consumare”.

Nella hall dell’albergo i festeggiamenti per l’esordio di Causio si uniscono a quelli per l’altro debuttante Guido Onor. Ma durano poco, perché c’è la riunione tecnica pre-gara alla quale partecipano solo i titolari e dunque anche Causio, che pur giocando all’ala indosserà la maglia numero otto con lo scudetto sul petto. E fa una buona prestazione, seppur il match finirà 0-0.Reggina calcio

Sarà la sua unica presenza in bianconero in due anni. Al termine della stagione, infatti, i dirigenti juventini lo mandano a fare esperienza in Serie B, a Reggio Calabria. Nella grande famiglia reggina del presidente Oreste Granillo, si fa le ossa in allenamento sgomitando con lo stopper Nedo Sonetti ma soprattutto conosce un altro mentore. È il mister Armando Segato, cresciuto da giocatore nel Grande Torino, simbolo della Fiorentina scudettata ‘55/’56 e alla sua ultima stagione da allenatore a causa del morbo di Gehrig. È lui a dare a Causio una significativa impostazione tecnica e tattica, facendone un “titolare in casa e tredicesimo uomo in trasferta” e ricevendo in cambio cinque reti in trenta presenze per l’ottimo quinto posto finale in campionato.

Tanto basta per convincere la Juve a fargli tentare un’avventura in A, questa volta a Palermo, in prestito con diritto di riscatto in favore della società rosanero.

Franco Causio militareFranco Causio arriva al Palermo ventenne per disputare, nel 1969/70, la sua prima stagione in Serie A. L’impatto con la città è eccezionale e quello con l’allenatore Di Bella ancora di più. Il mister diventa un punto di riferimento anche caratteriale e la stima nei suoi confronti è tale che può tranquillamente permettersi di far notare allo juventino che si gioca per la squadra e non per sé stessi: “Sei bravissimo – gli dice – e se capirai questo diventerai un grande”.

Causio è titolare e le sue prestazioni salgono agli onori della cronaca nazionale, nonostante il faticoso su e giù da Romaper prestare servizio militare alla Compagnia Atleti della   insieme ad altre due leggende del calcio, stavolta capitolino, come Agostino Di Bartolomei e Luciano Re Cecconi. Il primo gol in Serie A lo segna all’Inter facendosi beffe di Facchetti. Nella partita contro la sua Juventus fa impazzire il suo avversario diretto Cuccureddu, tanto che alla fine il dirigente Gianpiero Boniperti gli si avvicina con aria di scherno: “Ma tu lo sai che sei nostro, si?”. “Non se il Palermo mi riscatta”, replica un po’ piccato il salentino.

I tre gol in 22 presenze non riescono a evitare ai siciliani la retrocessione in B. Il suo riscatto da parte della Juventus, dunque, è solo una formalità. Con lui torneranno a Torino dai rispettivi prestiti anche altri due giovani interessanti come Roberto Bettega e Gianluigi Savoldi, mentre gli acquisti di Fabio Capello e Luciano Spinosi dovevano essere la ciliegina sulla torta di una stagione di rinnovamento, anche anagrafico, coronata con l’ingaggio dell’allora trentacinquenne allenatore livornese Armando Picchi: il più giovane del campionato.

 

 

Maestro, Brazil, Barone

Causio rientra a Torino per la stagione 1970/71 molto sicuro dei propri mezzi, per non dire baldanzoso. Il giorno del raduno della squadra, prima della partenza per Villar Perosa, viene intervistato dal noto giornalista Vladimiro Caminiti al quale dichiara: “Scrivilo: io sono il più forte, non posso che giocare titolare”. Il reporter ovviamente lo scrive e, nonostante l’ottima stagione a Palermo e la fiducia di Boniperti, quell’uscita non viene gradita da mister Picchi. Causio poi ci mette ulteriormente del suo con una gaffe che ancora oggi ricorda. Affacciati ai balconi di Villar Perosa proprio in quei primi giorni di ritiro, i calciatori juventini vedono arrivare una Jaguar, dalla quale scende una meravigliosa ragazza: la bella modella genovese Francesca Fusco. È lui il primo a far partire i commenti guasconi e, molto probabilmente, poco signorili ed è lui a beccarsi l’impropero di Picchi che, comparso all’improvviso sul piazzale, urla: “O’ buhaioli, è la mi’ moglje!”. 

Entrare in conflitto con Picchi non aiuta certo Causio a scalzare la fitta concorrenza di Haller, Capello, Novellini, Marchetti e Savoldi. Morale della favola: passa tutta la prima parte di campionato seduto in panchina, tant’è che i giornali parlano di un suo imminente passaggio alla Lazio nel mercato di ottobre. Ma le regole dell’epoca non consentono a un giocatore di trasferirsi nella stessa serie se è sceso in campo anche un solo minuto in campionato. E, poco prima della riapertura delle liste, Picchi lo fa entrare a dieci minuti dalla fine della partita contro il Milan del Paròn Rocco, di fatto togliendolo dal mercato. Un segno del destino che ha poi legato indissolubilmente Causio alla Juventus. Franco Causio

Non si sa se per dispetto o no, ma da quei dieci minuti scoccò un’insperata scintilla tra Picchi e Causio. In una squadra che si sta rifacendo l’ossatura per gli anni a venire, il talento di Franco emerge cristallino, tanto che è lo stesso Picchi a soprannominarlo “Maestro”: un epiteto che in precedenza aveva dato solo a un altro giocatore, Mariolino Corso, ai tempi dell’Inter di Helenio Herrera. E non sarà l’unico appellativo affibbiatogli quell’anno. È la stessa penna di Caminiti a definirlo “Brazil”, fotografando così il suo modo di giocare fantasioso che lo portava spesso a fare numeri ad effetto e geniali. Ma è quella di un altro giornalista, Flavio Cinti, ad assegnargli il soprannome che gli rimarrà cucito addosso per sempre: “Barone”, per la sua eleganza di portamento in campo e fuori. Fantasia ed eleganza, i due tratti distintivi di Franco Causio in quella Juventus che, a poco a poco, sta cercando di aprire un ciclo maturando un senso di coesione e rispetto sotto la guida di Armando Picchi.
Il barone Causio
Il Barone Causio decide con un suo gol la trasferta ungherese contro il Pécsi Dózda di Coppa delle Fiere ma nella partita successiva Picchi lo tiene fuori spiegandogli che non gli fa piacere ma deve far ruotare i suoi giocatori, inaugurando così una sorta di turnover ante litteram. La squadra sembra ingranare ma il 26 maggio 1971 un tumore alla colonna vertebrale si porta via Armando Picchi sotto gli occhi increduli di tutto il mondo sportivo. Per i giocatori bianconeri il dolore è lacerante e, soltanto due giorni dopo, scenderanno in campo nella finale di Coppa ancora sotto choc. A guidarli c’è il cecoslovacco Čestmír Vycpálek, vecchia gloria juventina degli anni ’40 stabilitosi in Italia come allenatore di Serie C insieme a tutta la sua famiglia, tra cui suo nipote grande sportivo, appassionato di calcio e sfegatato tifoso bianconero Zdenek Zeman. Vycpálek era approdato a Torino solo sei mesi prima alla guida delle giovanili grazie a un incontro fortuito in Sicilia col suo vecchio compagno di squadra, Gianpiero Boniperti. Ed ora da un giorno all’altro si ritrovava sulla panchina della Juventus per una finale di coppa internazionale al cospetto di uno dei più grandi manager dell’epoca: l’allenatore inglese del Leeds United, Don Revie. La squadra però vuole fortemente dedicare il trofeo alla memoria del mister scomparso e non sfigura di fronte ai vari Billy Bremner, Johnny Giles, Peter Lorimer, Terry Cooper e Jackie Charlton, pareggiando 2-2 al Comunale di Torino di fronte a 60 mila spettatori commossi. Una settimana dopo in Inghilterra, però, non va oltre l’1-1 e, per la regola dei gol in trasferta, la coppa va al Leeds.

Causio chiuderà la stagione con venti presenze in campionato e sei reti, candidandosi ad essere uno dei titolarissimi della futura gestione Vycpálek. Già perché quell’estate la presidenza juventina passa a Gianpiero Boniperti, che conferma il “suo uomo” in panchina e inaugura una stagione di successi contraddistinti da quello che ha voluto imporre come “stile Juve”.

 

 

Il mito della Juve anni ‘70

Juventino doc e dirigente formidabile, Boniperti diventa a tutti gli effetti il capo carismatico della Juventus. Disponendo di un organico molto giovane, sente quasi la necessità di stabilire delle regole ferree: in campo non si gesticola e non si protesta con gli arbitri; fuori dal campo capelli corti, giacca e cravatta. E chi sbaglia paga, direttamente dallo stipendio, anche per un semplice cartellino giallo. Sempre al seguito della squadra, interviene spesso anche nelle questioni tecniche sia nei momenti di euforia sia in quelli di difficoltà, utilizzando sapientemente bastone e carota ma difendendo sempre i suoi ragazzi. E se per caso si materializza qualche dissidio interno, guai a chi ne parla con la stampa. Anzi, Boniperti non si cura dei commenti dei giornali e non era raro vederlo affrontare faccia a faccia i giocatori per dire frasi come: “Ti hanno dato sette, ma per me ha giocato da cinque”. Al momento del rinnovo dei contratti, si presentava con le foto di tutti gli avversari che durante l’anno li avevano battuti. E se a questo si aggiungono le telefonate random ai calciatori alle 6 di mattina del lunedì per esaminare la partita direttamente dal patron, l’Avvocato Agnelli, si comprende bene come il clima attorno alla squadra Juventus dell’epoca fosse caratterizzato da una maniacale ricerca della perfezione in tutti gli aspetti. Da cui il motto coniato dallo stesso Boniperti e ancora oggi in uso nello spogliatoio juventino: “Vincere non è importante. È l’unica cosa che conta.

Causio all’inizio fa un po’ fatica a recepire il messaggio. Una sera rientra molto tardi in ritiro insieme ad alcuni compagni e il dirigente bianconero Italo Allodi lo coglie in flagrante. Davanti alla minaccia di una clamorosa cessione recita la parte del finto pentito e, nonostante avesse voluto mandarlo bellamente a quel paese, riesce anche a farsi sgorgare delle lacrime di convenienza e convincerlo della sua buona fede. Uno dei rarissimi episodi in cui Causio non è stato sé stesso.

Ma alla fine si adegua e nella stagione 1971/72 trova lo spazio che merita con Vycpálek sulla fascia destra del campo, anche come mezzala di spinta. La fase offensiva, infatti, dovrebbe essere curata da Haller, che ha oramai però 32 anni e lascia volentieri l’incombenza della corsa al giovane Franco, dieci anni più piccolo di lui: “Io vado via, tutta tua la zona– gli dice – Tu non chiama palla, io vedere te”. A tre giornate dalla fine il Barone mette a segno una tripletta nel 3-0 contro l’Inter che significa sorpasso al Torino al primo posto in classifica e scudetto ipotecato, con tanto di dedica della squadra ad Armando Picchi. Quel finale di stagione gli regala anche la prima convocazione nell’Italia, il 29 aprile 1972 nello 0-0 contro il Belgio, sostituendo nel secondo tempo un altro suo idolo, Angelo Domenghini. Causio entra stabilmente nel giro della Nazionale e due mesi dopo, a Bucarest contro la Romania, sigla la sua prima rete in maglia azzurra.

Eroi di Puglia: Franco Causio Il tricolore ’72 aprirà le porte al mito della Juve anni Settanta, con cinque scudetti vinti in dieci anni grazie anche alle intuizioni di Boniperti che ogni anno era capace di inserire un paio di giovani di qualità che in futuro diventeranno campioni come Gentile, Scirea, Tardelli, Cabrini, oltre a pezzi da novanta come Zoff o Altafini. Tutti leader nel proprio ruolo ma al tempo stesso tutti a disposizione della squadra. Un gruppo solido che ciononostante dovette cedere le armi all’invincibile Ajax di Krol, Neeskens e Crujiff nella finale di Coppa dei Campioni 1973, per l’enorme delusione di Causio: “Ero arrabbiato. Fino a mezzora dal fischio di inizio non sapevamo ancora chi avrebbe giocato. Con la Coppa dei Campioni in mano avrei fatto mille volte il giro del campo, mentre loro quasi se ne fregavano, l’avevano già vinta l’anno prima. La tenevano in mano, così, come se fosse una coppetta qualsiasi”.

Tra una cena al ristorante Due Lampioni, una barzelletta di Zoff e i cori a squarciagola sul pullman sulle note di Il Mio Canto Libero di Lucio Battisti, la Juventus vince un altro scudetto strappandolo al Milan naufragato nella fatal Verona e la carriera di Franco Causio decolla definitivamente. In Nazionale però, non viene impiegato con continuità. Ai Mondiali del 1974 il ct Valcareggi è alla fine del suo ciclo settennale e porta in Germania Ovest gran parte del suo gruppo che 4 anni prima si era arreso in finale solo al Brasile di Pelè. L’Italia esce al primo turno contestata dalla stampa e dilaniata dai conflitti interni, su tutti il dualismo tra Mazzola e Rivera: “Furono commessi tanti errori, il primo quando furono assegnati i numeri delle maglie con la netta divisione tra titolari e riserve. Si scatenarono le proteste, si facevano continue riunioni, già in treno: veniva Allodi, capo delegazione, e ci convocava tutti in uno scompartimento. E poi Chinaglia. E le polemiche su Mazzola e Rivera. Devo dire che proprio in quelle circostanze ho potuto apprezzare la grandezza di Gianni Rivera, anche come persona. Tra l’altro il destino volle che fossi proprio io a dargli il cambio contro l’Argentina, nella sua ultima gara con la Nazionale”.



Anche il nuovo ct Bernardini sembra dimenticarsi di lui e Causio se la lega al dito. Il progetto di rifondazione azzurra, però, fallisce ben presto, a Bernardini viene affiancato Bearzot che non ha dimenticato quel giovanotto bocciato al Torino e prova a richiamarlo. Solo l’intervento diretto di Boniperti riesce a convincerlo ad accettare ma, nonostante tutto, la Nazionale non si qualifica agli Europei del 1976.

Nel frattempo alla Juve dopo tre anni e uno scudetto vinto si fa da parte il tecnico Carlo Parola e Boniperti prova a replicare l’operazione Picchi affidando la panchina al trentasettenne Giovanni Trapattoni. Una rivoluzione non semplice e che non manca di saltuari ammutinamenti, come quando Causio si presenta in ritiro con un paio di folti baffi neri, un po’ per moda, un po’ per ripicca, un po’ in omaggio a suo padre Oronzo. Impossibile che la cosa sfugga all’Avvocato Agnelli, che atterrato in elicottero a Villar Perosa invita subito Boniperti a fargli fare un passaggio dal barbiere. Agnelli si fida ciecamente di Boniperti e l’inaspettata risposta “Lo lasci stare” gli fa capire che quel ragazzo proveniente dalla Puglia può avere qualcosa di speciale. Una sera lo invita perfino a casa sua, tirando fuori dall’immensa cineteca Il Profeta del Goal, documentario realizzato da Sandro Ciotti sulla figura dell’olandese Johan Cruijff. Di cui, naturalmente, Agnelli sa tutto.

In accordo con Boniperti, Trapattoni accantona la figura del regista classico puntando forte sul 4-3-3 con Scirea libero di avanzare, gli inserimenti di Tardelli e Benetti e Furino frangiflutti a centrocampo. In attacco, Boninsegna punta centrale con ai lati Bettega e Causio a fare i registi d’attacco in fase di possesso, i tornanti a centrocampo in fase di non possesso. L’assestamento dello spogliatoio, specialmente con l’arrivo degli esperti Boninsegna e Benetti, non è dei più semplici. Quest’ultimo una volta sfiora la rissa con Causio quando, dopo avergli soffiato il suo posto storico sul pullman, incrocia il suo sguardo sfidandolo: “Vuoi uscire dalla porta o dal finestrino?”. Solo l’intervento di Trapattoni riporta la calma e Causio riottiene il suo sedile, oltre alla maglia numero 7 della Juventus praticamente ogni domenica.

Arrivano due scudetti consecutivi, di cui uno record con 51 punti, e la Coppa UEFA: il primo trofeo internazionale vinto dalla Vecchia Signora. Quella che sulla carta sembrava una squadra indebolita dal mercato, si rivelò a tutti gli effetti una delle formazioni bianconere più forti di tutti i tempi. E 100% Made in Italy

 

 

Dallo zenit al tramonto Causio e Poortvliet

Il Mondiale Argentina ’78 viene spesso considerato come il punto più alto della carriera di Causio. 
Gli azzurri giocano un ottimo calcio trascinati dall’enorme numero di emigrati italiani che ad ogni partita affollano gli spalti e che proprio in Franco Causio rivedono un modello a cui ispirarsi: un ragazzo che, partito da niente proprio come loro, alla fine ce l’ha fatta. E dire che alla vigilia della partenza per Buenos Aires tutta la stampa è contro la Nazionale, anche in seguito agli scialbi risultati delle amichevoli di preparazione al torneo. Temendo un calo fisico Bearzot fa ripetere la preparazione atletica e gli azzurri arrivano in Sudamerica un po’ imballati ma pronti a mettere in vetrina campioni fin lì sconosciuti come Cabrini e Rossi. Un Mondiale che l’Italia poteva anche vincere se non avesse peccato di presunzione: “Non siamo andati in finale perché, contro l’Olanda, eravamo convinti di aver già vinto dopo aver chiuso 1-0 il primo tempo. Bearzot mi sostituì con Sala per farmi riposare in vista della finale. Invece, gli olandesi fecero due goal e addio finale”. E un Mondiale caratterizzato anche dalle efferatezze del regime militare di Jorge Rafael Videla, ben attento a nascondere al mondo le sue atrocità. Racconterà proprio Causio: “Non sapevamo nulla di quello che succedeva fuori, uscivamo sempre scortati. Io ho avuto piena cognizione di tutto leggendo il libro di Massimo Carlotto(“Le Irregolari. Buenos Aires Horror Tour”, Edizioni E/O, ndr) molti anni dopo. È stato un colpo allo stomaco. Posso dire che sono doppiamente felice di aver battuto l’anno dopo l’Argentina nella gara celebrativa con il Resto del Mondo, di cui facevo parte. Vincemmo 2-1, con un uomo in meno e rovinammo la festa a Videla”.
Causio corona il suo splendido Mondiale con il gol nella finalina contro il Brasile, entra nella Top11 del torneo e per lui non mancano le offerte di mercato. Nel ritiro argentino dell’Hindu Club arrivano il presidente Ferlaino e mister Gianni Di Marzio per convincerlo ad andare al Napoli. Il Barone rifiuta e tocca a Bearzot cacciarli via in malo modo per non deconcentrare oltremodo la squadra. 
Mundial 78
Dopo Argentina ’78 la Juventus rallenta. Il blocco bianconero ceduto alla Nazionale paga il conto delle fatiche sudamericane e la squadra esce ben presto dalla lotta per lo Scudetto e la Coppa dei Campioni, ma si consola con la Coppa Italia. La finale col Palermo inizia subito male con il vantaggio di Vito Chimenti al 1° minuto. Ma è un altro leccese, Sergio Brio, a regalare ai suoi i supplementari col gol del pari all’83°, prima che sia proprio Causio a decidere la contesa al 117° sfuggendo all’asfissiante marcatura di Citterio.

Per ritrovare il tricolore sulle maglie bianconere bisogna attendere la stagione 1980/81, l’ultima di Causio alla Juventus. Il rapporto con Trapattoni, infatti, sembra essersi incrinato: “Prima delle partite faceva il giro delle camere e mi diceva sempre le stesse cose: “Per questa volta devo chiederti un sacrificio, ti faccio star fuori, metto dentro Fanna o Marocchino”. Sempre la stessa storia”Il Barone perde il posto da titolare nella Juventus e, di conseguenza, anche nella Nazionale, dove viene scalzato da Bruno Conti in seguito a una squalifica per un rosso preso contro il Lussemburgo. In molti alla Juve ritengono che Franco abbia concluso il suo ciclo, individuando in Domenico Marocchino il nuovo astro nascente. E probabilmente a Trapattoni viene dato l’ingrato compito di fare il tramite di questa decisione attraverso le sue scelte di formazione: “Non ho mai saputo da Trapattoni il vero perché. Forse gli rodeva il tunnel che gli avevo fatto diversi anni prima. A parte la battuta, la verità è che dopo undici anni, sei scudetti, una Coppa Uefa e una Coppa Italia (447 presenze e 72 gol, ndr)la mia avventura alla Juve era arrivata al capolinea senza un motivo”.

Causio finisce sul mercato a trentadue anni. Inter e Napoli fanno capolino, ma Boniperti non ha nessuna intenzione di cederlo a una diretta concorrente. Vuole una squadra di seconda fascia e spunta l’Udinese. Franco non è per nulla contento della destinazione. Il 16 luglio 1981, intercettato dalla Gazzetta dello Sport all’aeroporto di Linate dove è atterrato dalle vacanze per incontrare il direttore generale friulano Dal Cin, rilascia una dichiarazione che non ha bisogno di sottotitoli: “Ho indicato cinque squadre: Milan, Inter, Napoli, Fiorentina e Bologna. L’Udinese non è tra queste”. Dal Cin e l’allenatore Enzo Ferrari, suo ex compagno al Palermo, faticano a convincerlo e a risultare decisiva è una telefonata del ct Enzo Bearzot, nativo proprio di Aiello del Friuli, in provincia di Udine: “Mòna, ti va in Friuli, a casa mia… Comportate ben che porto anca tì al Mundiàl”. Punto nell’orgoglio e stimolato dalle parole del Vécio, Causio accetta e si presenta a un nuovo appuntamento con Dal Cin per firmare il contratto. Il dirigente udinese però ci mette un bel po’ ad arrivare nell’hotel milanese, tanto che il Barone, spazientito, stava per far saltare tutto: “Un minuto ancora e me ne sarei andato”.

 

 Franco Causio

La finta del Settebello

Reduce da una salvezza sofferta, l’allenatore Ferrari gli chiede di aiutarlo a superare lo scetticismo della piazza e a portare la giusta mentalità nel giovane spogliatoio, dove Cinello e Miano consegnano subito e con ammirazione la fascia di capitano al Barone: noblesse oblige. Causio ringrazia e ripaga non solo col suo carisma da leader ma anche attraverso ottime prestazioni e sei gol, tra cui quello della salvezza con un mese d’anticipo contro il Bologna al Dall’Ara. E dire che stava pure rischiando di segnare alla sua Juventus tirando un calcio di rigore che solitamente sarebbe toccato a Edinho, ma guardando negli occhi il suo vecchio compagno Dino Zoff viene travolto dalle emozioni e il pallone finisce alle stelle.

Stavolta, dunque, qualcuno alla Juventus deve averci visto male. Marocchino non mantiene le promesse, mentre Causio alla prima stagione con la maglia bianconera dell’Udinese risulta addirittura il miglior giocatore della Serie A, vincendo il Guerin d’Oro 1981/82.

Dopo un’annata del genere non può che arrivare anche la tanto agognata convocazione per i mondiali in Spagna e Bearzot alza la cornetta per chiarire subito il concetto: Bruno Conti è il titolare e le gerarchie sono quelle. Eppure in casa Juve c’è chi lo rimpiange. È lo stesso avvocato Agnelli a sbugiardare i suoi dirigenti dichiarando davanti a tutta la stampa: “Per fortuna che fisicamente era finito!”.

Con trentatré primavere sulle spalle, a dieci anni dal debutto in Nazionale, Causio entra a far parte della rosa che conquista il Mundial ’82. L’11 luglio 1982, giorno della finale contro la Germania Ovest, Causio siede come sempre in panchina. A una manciata di minuti dalla fine, però, Bearzot si volta verso di lui: “Vai, tocca a te”. Un regalo inestimabile che sa di definitivo atto di stima e ringraziamento nei suoi confronti.Edoardo Reia e Franco Causio

Dopo il trionfo il Presidente della Repubblica Sandro Pertini offre alla squadra un passaggio di ritorno sul suo volo Alitalia. A un certo punto del viaggio, il Presidente decide di arruolare tre volontari per mettere su una partita di scopone: “Fu un modo per unire tutti gli italiani, per azzerare le distanze e sentirsi tutti uguali e felici – ricorda Causio – Perché tutti al bar o con gli amici hanno giocato almeno una volta a scopa come abbiamo fatto noi: io, Dino, Bearzot e il Presidente”. Il Barone fa coppia con il Vécio, mentre il Presidente gioca con Zoff, il “Capitano Muto”, come lo aveva soprannominato Causio per via della scarsa loquacità che, non a caso, lo aveva reso ideale rappresentante della squadra per le interviste durante il famoso silenzio stampa Mundial. La partita è tiratissima. Sul tavolino c’è la Coppa del Mondo in bella evidenza per i fotografi. Pertini è mazziere, Causio di mano e, per sferrare il colpo decisivo, decide di far ricorso ad un trucchetto che in campo gli riusciva sempre bene: la finta. Ovvero, un bluff. Gioca un sette facendo credere agli avversari di averne un altro in mano e dunque di essere costretto a farlo. Zoff ci casca e lo lascia passare, così Bearzot, che l’altro sette ce lo aveva e pure Bello, lo prese, vincendo la partita e facendo arrabbiare tantissimo Pertini. Una scena indimenticabile rimasta impressa nella memoria di tutti gli italiani, persino quelli nati dopo. Una scena in cui c’è tutto il repertorio di Franco Causio: il 7, la finta, il portiere disorientato, l’avversario arrabbiato, anche se si tratta del Presidente della Repubblica Italiana. Del resto, vincere è l’unica cosa che conta.

All’indomani del successo spagnolo alcuni quotidiani sportivi celebrano i sette bianconeri del “Blocco-Juve”. In realtà, però, sono solo sei, perché Causio è si bianconero, ma dell’Udinese.

E in una Udine impazzita per lui Franco Causio torna a giocare la stagione successiva, innamorandosi definitivamente della città e della sua gente. Aveva dimostrato sul campo che le valutazioni fatte dalla Juventus su di lui l’anno prima erano sbagliate, anche alla luce di chi avrebbe dovuto sostituirlo. E che la Vecchia Signora aveva perso non solo un grande giocatore, ma una vera e propria icona popolare, tanto da guadagnarsi menzione anche in alcune pellicole dell’epoca. Come in Bianco, Rosso e Verdone, dove il suo poster è la prima cosa che Carlo Verdone alias Pasquale Amitrano guarda ammaliato al risveglio nella sua camera di emigrante italiano a Monaco di Baviera. O in Grand Hotel Excelsior, in cui appare a Diego Abatantuono alias Mago di Segrate in una delle sue visioni mistiche. Durante una delle tante sedute di allenamento allo stadio Moretti di Udine, poi, una volante dei Carabinieri lo preleva e lo porta in prefettura, dove ad attenderlo c’era nientemeno che Sandro Pertini, con cui trascorrerà la giornata ricordando il Mondiale e quel famoso scopone scientifico.

Franco Causio  

 

A Udine torna “Brazil” con Zico

Zico e CausioA Udine Causio vive una nuova giovinezza. Nella seconda stagione la squadra viene rinforzata con arrivi di qualità come Corti, Edinho, Mauro, Pulici e Virdis e centra un sorprendente sesto posto, a soli tre punti dalla zona Uefa. Così per l’annata 1983/84 il presidente Lamberto Mazza e il ds Franco Dal Cin decidono di giocare il jolly mettendo a segno un colpaccio di mercato. Direttamente dal Flamengo sbarca a Udine, dall’alto dei suoi 346 gol in carriera, uno dei giocatori all’epoca più forti del mondo: Arthur Antunes Coimbra, da tutti conosciuto come Zico. Tra giocatori di classe ci si capisce facilmente, Causio rispolvera con piacere il soprannome Brazil e il feeling è immediato: allo stadio Friuli, sempre pieno grazie ai 27mila abbonati, è spettacolo puro. 

Il gol contro la Roma è la polaroid della loro intesa: lancio del portiere Brini per Causio che stoppa incollandosi la palla al piede all’altezza del centrocampo e subito manda in profondità per Zico, che dopo un solo rimbalzo colpisce al volo e con un destro incrociato batte Tancredi. A marzo l’Udinese è terza e sogna addirittura lo Scudetto, ma Zico si stira in amichevole e salta cinque partite decisive che fanno scendere i bianconeri in nona posizione.

Nel frattempo nel febbraio 1983 spegne trentaquattro candeline e dà l’addio alla Nazionale dopo undici anni di onorato servizio, 63 incontri e 6 gol. Peraltro il suo contratto all’Udinese è in scadenza e anche Dal Cin è prossimo al passaggio all’Inter come Direttore Generale. E con lui vorrebbe portarsi a Milano anche Zico e Causio. Nel finale di stagione mette le basi per il doppio colpo, ma se schiodare il brasiliano da Udine è impossibile, l’offerta al Barone arriva in netto anticipo sulle concorrenti allegando un discreto numero di zeri. E pure questa volta a rimanere con le pive nel sacco è il Napoli nella persona del dirigente Juliano. Ma non solo: anche la Juventus si rifà sotto direttamente con Boniperti a cui non va giù il suo passaggio ai rivali meneghini, ma la risposta del Barone è ferma: “Finché c’è Trapattoni non torno”.
Causio InterNell’estate del 1984 l’Inter del presidente Pellegrini è in cerca di rilancio: partono i vari Bagni, Beccalossi, Muller e Serena, arrivano Mandorlini, Brady, Rummenigge e Causio agli ordini del nuovo mister Ilario Castagner. Nonostante i 24 gettoni, il Barone non disputa una grande stagione: nessuna rete in campionato (ma due importanti in Coppa Uefa) e tantissime incomprensioni con Castagner e lo stesso Dal Cin lo fanno più volte pentire di non aver accettato il Napoli, per poi lasciare i nerazzurri a fine anno.

Nel campionato 1985/86, infatti, una società pugliese si affaccia per la prima volta nella sua storia in Serie A: è il Lecce dell’allenatore Eugenio FascettiFranco Causio - Eroi di Puglia
e del presidente Franco Jurlano. Quest’ultimo sa della promessa fatta tanti anni prima da Causio a suo padre Oronzo e non manca di ricordargliela. E Franco non può che mantenerla. Oltre al Barone, la squadra è rinforzata con gli arrivi dei nazionali argentini Beto Barbas e Pedro Pablo Pasculli (rispettivamente miglior straniero della Liga Spagnola con la maglia del Real Saragozza e capocannoniere del campionato argentino con l’Argentinos Juniors) e può contare sull’entusiasmo dei giovani Nobile, Di Chiara, Vanoli ed Enzo oltre a un nugolo di sedicenni della Primavera come Conte, Garzya e uno, in particolare, che in allenamento non gli leva gli occhi di dosso: Francesco Moriero. Ciononostante 
il Lecce paga lo scotto dell’inesperienza e torna rapidamente in Serie B nonostante l’ottimo apporto sul campo del Barone con 26 presenze e 3 reti. L’ideale chiusura del cerchio di Franco Causio in Serie A è l’ultima partita di campionato giocata al Via del Mare contro la sua Juventus, il 27 aprile 1986, giorno della conquista del 22° Scudetto da parte della Vecchia Signora ai danni della Roma che lo aveva letteralmente buttato via la giornata precedente, perdendo in casa proprio contro il Lecce già retrocesso in una partita rimasta alla storia come la sintesi della spietata e perversa bellezza del gioco del calcio.

Pur restando sempre un simpatizzante della squadra della sua terra, Causio è ormai bianconero nel cuore. Quella di Lecce non è che un’ultima doverosa comparsata fatta con riconoscenza d’altri tempi a suo padre e alla società che lo aveva lanciato nel calcio. Nel Salento ha le sue radici ma la sua casa ormai è il Friuli e quando il suo vecchio amico Enzo Ferrari, alla guida della Triestina in Serie B, gli offre l’opportunità di riavvicinarsi a Udine non ci pensa su due volte. Con gli alabardati gioca due stagioni in cadetteria da autentico veterano, coi giovani delle squadre avversarie che ogni domenica se ne contendono la maglia cimelio. A Trieste colleziona 64 presenze e 5 reti prima di appendere le scarpe al chiodo nel 1988: “Decisi di smettere quando morì mio padre: se ero diventato calciatore era anche grazie a lui. Non avevo più motivo di continuare”.

 Eroi di Puglia: Franco Causio

 

I capelli di Del Piero e la 10 di Amoroso

Dopo il ritiro Causio si stabilisce a Udine, apre un negozio di articoli sportivi e ogni tanto va a cena dal Vecio Enzo Bearzot. Una sera, dopo averlo ringraziato per l’ennesima volta per quei pochi minuti giocati nella finale di Spagna ’82, trova il coraggio di fargli la domanda a cui da troppo tempo avrebbe voluto dare una risposta: “Perché mi scartasti al Torino?. Senza pronunciare una sillaba, il Vecio va a rovistare in un cassetto, tirando fuori dei vecchi faldoni impolverati. Sono le relazioni che fece personalmente a Nereo Rocco sul giovane Causio: tutte eccezionali, lusinghiere e dettagliatissime. Leggendole, Franco finalmente capisce: non fu Bearzot a bocciarlo, bensì il Paròn stesso. Uno scherzo del destino che poi lo portò alla Juve, per la quale il Barone ha anche cominciato a fare l’osservatore. 

Nel 1992 sulla panchina del Padova in Serie B c’è un ex Juve che Causio ha conosciuto nell’estate del ’66 a Torino: lui arrivava e Bruno Mazzia se ne andava. Mazzia gli segnala un giovane talento di Conegliano Veneto, il Barone va a vederlo allo stadio Euganeo, se ne innamora e lo fa subito presente a Boniperti: “Presidente, qui c’è uno che assomiglia a Baggio”. Solo che Roberto Baggio nella Juventus ci gioca già e Boniperti lascia cadere nel vuoto quelle parole. Passano i mesi e quel giovanotto comincia a fare la differenza in Serie B, tanto che Causio riceve una telefonata preoccupata da Mazzia: “Franco, guarda che il presidente Puggina sta parlando con Galliani per mandarlo al Milan”. A quel punto Causio prova ad insistere. Il 4 aprile 1993 allo stadio Friuli è in programma Udinese-Juventus e il Barone richiama Boniperti: “Presidente, vieni a Udine: lascia che ti presenti questo ragazzo”. Memore di quanto avevano fatto prima Adamo e poi Eliani per lui, lo avvisa di vestirsi bene e va a prenderlo personalmente in macchina da Padova per portarlo all’appuntamento, dove la tensione è palpabile. Il ragazzino non ancora diciottenne si presenta con una giacca grigia di due taglie più grandi e una zazzera di riccioli scuri e si avvicina timidamente alla scrivania dove Boniperti è seduto con sguardo severo. “Sono Alessandro Del Piero”, gli dice solamente. E Boniperti, senza battere ciglio, gli risponde: “Bene Alessandro Del Piero. L’anno prossimo giochi con noi, perciò tagliati quei capelli”. 

Nel 1995 Gino e Giampaolo Pozzo, rispettivamente patron e presidente dell’Udinese, hanno grandi progetti per la squadra friulana e pensano che la figura di Causio possa essere perfetta per fare da team manager, ideale uomo di raccordo tra squadra, allenatore e società. Causio accetta e da lì nascono le basi per quella che sarà la grande Udinese di Zaccheroni e Guidolin con fuoriclasse come Oliver Bierhoff o Marcio Amoroso, che non fosse stato per Causio all’Udinese nemmeno ci avrebbe giocato. Il brasiliano, infatti, nel 1996 arriva da fantasista in Friuli e nel suo contratto è prevista la clausola per avere obbligatoriamente la maglia numero 10, pena l’annullamento dell’accordo. Zaccheroni, però, quella maglia l’ha già assegnata al veterano Stroppa e togliergliela significherebbe iniziare col piede sbagliato la stagione nello spogliatoio. Così il tecnico si rivolge disperato al Barone che, con la pazienza di un padre, convince Amoroso a indossare la maglia numero 7 che fu la sua, con la quale il nazionale verdeoro diventerà uno dei giocatori più significativi della storia dell’Udinese.

Franco CausioL’idillio con i Pozzo finisce dopo quattro anni. Nel 1999, con la squadra stabilmente ai primi posti della classifica e nelle coppe europee, Causio si attende un ulteriore salto di qualità, ma le sue posizioni improvvisamente non vanno più a genio e le strade si separano senza rancore. Torna occasionalmente a fare l’osservatore per la Juventus e il commentatore televisivo per Telemontecarlo, Mediaset, Sky Sport (dove nel 2006 segue il cammino trionfale dell’Italia al Mondiale e quello della Juventus in Serie B al fianco del giornalista Pierluigi Pardo) e UdiNewsTv. 

Avrebbe voluto anche fare l’allenatore, Franco Causio. Il patentino lo ha pure preso ma non si è mai presentata una possibilità concreta e lui non ha voluto sfidare oltremodo il destino che così bene gli aveva voluto.

Da calciatore Franco Causio ha avuto il merito di fare del suo ruolo un’arte, inventando il moderno concetto di ala che ancora oggi tutti gli allenatori amanti del tridente sognano. Irresistibile palla al piede, tra i primi in grado di capire l’importanza del rovesciamento del fronte di gioco con una genialità tattica unica, capace di inventare assist di precisione millimetrica, il suo dribbling ha evocato in tante penne i virtuosismi del Barocco leccese. Doti naturali o acquisite con il lavoro? “La base era buona, affinata dalle tante partite fatte per strada. Spazi stretti, condizioni di gioco al limite. Poi ci sono stati anche gli insegnamenti e i segreti rubati ad alcuni campioni, tra cui Helmut Haller”. Una tenacia che taluni descrivono talvolta sconfinante nella superbia, ma figlia dell’ambizione grintosa e trasparente di un uomo che nella vita non ha mai fatto finta: “Le finte le facevo in campo per saltare l’avversario. Nel mio lavoro volevo essere il numero uno. E lo sono stato. Ho faticato sempre al massimo, ho dato l’esempio, nessun allenatore mi ha mai rimproverato per scarso impegno. Avevo un bel caratterino, sì. D’altra parte, se non lo avessi avuto, sarebbe stato un casino. Il mio motto è sempre stato: farsi rispettare, rispettando”.

Dopo aver vissuto due vite bianconere – quella dello Stile Juve del Barone e quella del Brazil a Udine – e duellato per due decenni con arcigni marcatori come Tendi, Zignoli, Cooper o Tarantini, oggi Causio è un uomo felice che si gode i tre figli Barbara, Francesco e Gianfranco, di professione attaccante, avuto dall’attuale moglie brasiliana Andreia. Nel 2015 ha anche raccontato la sua vita in un libro scritto con il giornalista Italo Cucci dal titolo inequivocabile: Vincere è l’unica cosa che conta (Sperling & Kupfer). Romanzo autobiografico di un ragazzo di 16 anni partito dalla Puglia per conquistare il mondo e diventato idolo assoluto per tantissimi meridionali che, proprio come lui, hanno abbandonato la propria terra d’origine per cercare fortuna altrove.

 

Luca Brindisino

www.pennaverde.it

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*Crediti immagini:
(1) Gianni Carluccio (2) Leccezionale
(3) Udinese.it (4) SkySport
(5) Storie di Calcio (7) WIkipedia
(9) Udinese.it (10-11-12) Storie di Calcio
(13-16) Udinese.it (17-18) Storie di Calcio

(19) CalcioLecce
 (20) Triestina.it
(21) Juventusnews24

 




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