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Eroi di Puglia: Totò De Vitis

27 Ago 2020 | Approfondimenti

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Facile ricordare Miccoli o Cassano, ma sono tanti i giocatori pugliesi che hanno scritto piccole grandi storie calcistiche di provincia. 
Oggi raccontiamo Totò De Vitis.

Eroi di Puglia: Antonio De Vitis - Sport in Puglia

Sognando Bonimba

La Lecce del 1964 è ben diversa dal celebre e patinato capoluogo turistico che conosciamo oggi. Poco più che un paesotto di provincia relegato “ai confini della terra”, finibus terrae, come dicevano gli antichi romani. E pure la rappresentativa calcistica giallorossa non se la passa benissimo, annaspando tra i campi di terra battuta della Serie C. Il capitano di quel Lecce è il difensore Gino De Vitis, alla sua quinta ed ultima stagione in Salento. Qui diventa papà di un bambino, Antonio, che tutti però impareranno a conoscere come Totò.
Inseguire un pallone dopo i compiti per Totò era un must, anche d’inverno: bisognava allenarsi per i tornei estivi, quelli sui campetti veri. Altro che scuole calcio, quelle De Vitis non le ha viste mai. Ma dopo aver giocato in tutti i ruoli, come capita ad ogni bambino, capisce che ha una particolare predilezione per il gol: buttare la palla in rete gli viene naturale, vede la porta anche quando le dà le spalle e intorno ai 12 anni entra a far parte di una piccola squadra dilettantistica locale. Le strade di De Vitis e del Lecce calcio, però, non si incrociano. Vuoi perché il piccolo Totò è interista (il suo idolo è Boninsegna), vuoi perché nel giro di un annetto arrivano gli osservatori del Napoli e se lo portano alle pendici del Vesuvio per crescerlo nel settore giovanile azzurro. Alla fine della sua incredibile carriera, De Vitis il giallorosso non lo indosserà mai. E questo sarà forse uno dei maggiori rimpianti suoi e di tutta la tifoseria salentina. Di sicuro non l’unico.

Prima in A a 18 anni

Antonio De Vitis - Napoli 1982 - il NapolistaÈ il dicembre del 1982. Totò De Vitis ha 18 anni e gioca nelle giovanili del Napoli da quattro. Non ha perso la tipica cadenza salentina con la doppia accentuata, ma la parlata è ormai partenopea e lui si sente a tutti gli effetti un napoletano. In Primavera insieme al compagno Iacobelli ha già fatto vedere di che pasta è fatto, tanto che mister Giacomini lo fa allenare praticamente sempre con la prima squadra, coccolato da un altro leccese d’adozione: Raimondo Marino. La stagione però va tutt’altro che bene, anzi: il Napoli è ultimo in classifica e prima della sosta Giacomini viene esonerato dal presidente Ferlaino, che richiama in panchina la bandiera Bruno Pesaola. Il “petisso” si ritrova in rosa questo ragazzetto appena maggiorenne e lo porta subito in panchina col Genoa, visto che il titolare Ramon Diaz è assenteIn avanti gioca Pellegrini con Vagheggi e Scarnecchia sulle fasce, ma nonostante Castellini tra i pali e il trio Krool-Ferrario-Marino in difesa, il Genoa passa su rigore e chiude in vantaggio il primo tempo. Il San Paolo è preoccupatissimo e accoglie la squadra con una selva di fumogeni e incensi porta fortuna cosparsi direttamente nella porta genoana durante l’intervallo. Pesaola guarda in panchina e constata di avere scarso materiale umano per cambiare le sorti della gara e della stagione. Così al 63° decide di gettare nella mischia lo sbarbato De Vitis al posto dello spento Scarnecchia. La difesa ospite adesso ha due punte da cui guardarsi e il dinamismo di De Vitis non solo indispone Onofri e Faccenda, ma consente anche al terzino Celestini di trovare più spazio sulla fasciaE proprio da una discesa di Celestini all’87° nasce il rigore (inesistente) che porta al pareggio il Napoli con Ferrario
Fu la prima ed unica apparizione di De Vitis con la maglia azzurra del Napoli. L’anno successivo la dirigenza decise di puntare su Palanca, poi su Maradona e i fasti che ne seguirono, ma Totò aveva già preso un’altra strada, aggiungendo alla lista dei rimpianti quello di non aver mai giocato col Pibe de Oro e di non essere più tornato di casa al San Paolo nonostante fosse stato adottato dalla città.
 
 

Sfaceli in Serie C

In realtà De Vitis sarà di casa al San Paolo ancora per la stagione successiva, in prestito alla squadra del quartiere Ponticelli denominata Campania, che disputa proprio nell’impianto di Fuorigrotta il campionato di Serie C1. I biancorossi allenati da Montefusco avevano chiuso terzi la stagione precedente dietro solo a Empoli e Pescara, diventando a tutti gli effetti la seconda squadra di Napoli. De Vitis forma con Sorbello una coppia d’attacco da 18 gol in due (7 in 27 presenze per il leccese), salvando la squadra ed entrando nelle mire dell’ambizioso Palermo appena retrocesso dalla B. 
Nonostante i 20 anni, mister Rosati punta su di lui affiancandolo agli esperti Gabriele Messina e Hubert Pircher e regalandogli 19 gettoni in campo. De Vitis risponde con altre 7 reti (tra cui quella decisiva nel derby col Messina) che contribuiscono al ritorno in B dei siciliani in cui militavano tra gli altri Franco Paleari, Tebaldo Bigliardi, Rosario Biondo, Claudio Ranieri, Onofrio Barone, Gianni De Biasi e Pietro Maiellaro.
È il 1985 e per De Vitis potrebbero già aprirsi le porte della serie cadetta. Ma la nuova proprietà del Palermo opta per una rinnovata gestione tecnica: in panchina c’è l’argentino Angelillo e dal Napoli viene acquistata una vecchia conoscenza di De Vitis, l’attaccante Pellegrini. Dopo cinque presenze e 1 gol, nel mercato autunnale di ottobre Totò deve di nuovo fare le valigie. 
Nel 1986 c’è un’altra squadra campana di Serie C1 in piena crisi di risultati e che ha disperatamente bisogno di un bomber da affiancare alla seconda punta Mauro Meluso. Antonio De Vitis non si fa pregare e risolleva la squadra fino al settimo posto con 16 gol in 25 presenze, bottino di reti secondo solo a quello del capocannoniere Romiti del Barletta.



 

Finalmente in Puglia

L’avventura a Salerno finisce già nell’estate 1986, quando De Vitis risponde alla chiamata del Taranto, neopromosso in Serie B. Per Totò è la grande occasione di dimostrare a 22 anni di essere pronto per il salto di categoria. In Puglia ritroverà ex compagni come Rosario Biondo e Pietro Maiellaro e se la deve vedere con la concorrenza proprio di Romiti, acquistato dal Barletta. La stagione non inizia benissimo e il tecnico Mimmo Renna viene sostituito dopo 9 giornate dall’esperto in salvezze Fernando Veneranda. Il Taranto soffre nei bassifondi della classifica e alla fine del girone di ritorno è ultimo a 12 punti, ma la crescita di bomber De Vitis è inarrestabile: dentro l’area di rigore è praticamente immarcabile per quasi tutti i difensori cadetti, dai quali si nasconde per poi piombarli addosso come un rapace, specialmente di testa. Il girone di ritorno dei rossoblu è una cavalcata a ritmi vertiginosi, tanto che si potrebbero salvare all’ultima giornata battendo il Genoa in casa se la Sambenedettese non batte il Bari. Il Giudice Sportivo non dà una mano agli jonici squalificando lo stadio Iacovone e la gara decisiva si disputa al Via del Mare di Lecce. Proprio quel Lecce di Mazzone che sta contendendo allo stesso Genoa un posto al sole vista Serie A. 
La sera prima sotto l’albergo di De Vitis e compagni c’è la bolgia. La polizia cerca di mantenere l’ordine pubblico chiedendo ai giocatori di affacciarsi almeno per un saluto ai tifosi del Taranto e del Lecce uniti per chiedere una sola cosa: la vittoria. È il Genoa di Attilio Perotti, con Cervone, Torrente, Policano, Luperto, Eranio e Gigi Marulla. Ma De Vitis, leccese di nascita, quella partita non la può proprio sbagliare e schianta il Grifone con una doppietta, che unita al gol del compagno di merende Maiellaro sancisce il 3-0 finale: ammontano così a 18 le reti del cannoniere pugliese, secondo solo a Rebonato della capolista Pescara. La Samb però va a vincere 4-3 a Bari e dunque saranno tre squadre a sfidarsi in un triangolare per evitare la retrocessione: Taranto, Campobasso e addirittura la Lazio, autrice di un campionato da incubo con tanto di penalizzazione per lo scandalo Totonero-bis.

Antonio De Vitis - Taranto 1986-88 - Fonte MondoRossoBlu

 

Eroe dei Due Mari

È il 27 giugno 1987, stadio San Paolo di Napoli. Uno stadio che Totò De Vitis conosce molto bene. A scendere in campo per la prima partita di spareggio sono il Taranto e la Lazio, che ha già sconfitto il Delfino due volte su due in stagione. Nonostante la classifica, si tratta di una corazzata, che senza i 9 punti di penalità avrebbe lottato per la promozione in A. Mister Fascetti può infatti contare sui portieri Terraneo e Ielpo, i difensori Gregucci, Piscedda, Marino e Podavini, i centrocampisti Camolese, Pin e Caso e gli attaccanti Mandelli, Fiorini e Poli, coperti dal giovane Rizzolo in rampa di lancio. Al Taranto – orfano di Maiellaro e del tecnico Veneranda, entrambi squalificati – serve una prestazione memorabile ma può contare sulla spinta della marea rossoblu fatta da circa 15mila tifosi approdati in Campania nonostante il caldo afoso. Nella Città dei due mari, invece, sono tutti attaccati agli schermi per seguire la telecronaca RAI a cura di Giorgio Martino, che rimbalzava il collegamento con Bruno Pizzul da Pescara per seguire l’altro spareggio per la promozione in A tra Cesena e Lecce, in una sorta di Diretta Gol ante litteram.
Il match è bloccato dalla paura di perdere, d’altronde entrambe le squadre hanno a disposizione un altro incontro col Campobasso. C’è un giocatore, però, che quando arriva la palla in area di rigore non sente né paura né timori reverenzialiE al 60°, pur trovandosi in netta posizione di fuorigioco, scarica alle spalle di Terraneo il pallone dell’1-0 lanciandosi in una corsa sfrenata urlando col braccio al cielo verso la curva dei supporters tarantini situata dall’altra parte del campo
Al triplice fischio è il tripudio ma c’è ancora un’altra partita da giocare contro il Campobasso in cui militano Beppe Accardi, Primo Maragliulo, Paolo Pochesci, Franco Baldini e Ruggiero Cannito. La partita è maschia e i molisani recriminano per un rigore non concesso dall’arbitro scatenando un siparietto non proprio amichevole tra i presidenti Molinari e Fasano. A sbloccarla è un episodio, il classico tiro della domenica che Luca Evangelisti scocca da distanza siderale insaccando nel sette e raggelando i tifosi tarantini. I rossoblu si lanciano così all’arrembaggio affidando la palla ai piedi e alla testa di De Vitis e proprio grazie a un fallo subito dalla punta al limite dell’area, il Taranto pareggia su punizione, guadagnandosi l’agognata permanenza in Serie B.
 
 

La chance in A e poi il ko

Antonio De Vitis - Udinese 1989/90 - Fonte Il nobile CalcioLa stagione successiva è un po’ meno tribolata. Il nuovo tecnico Pasinato affida la fascia di capitano a De Vitis che lo ripaga con 10 gol, miglior marcatore degli jonici in campionato pur senza gli assist di Maiellaro ceduto al Bari. Arriva un’altra meritata salvezza e per Totò c’è la chiamata dell’Udinese di Nedo Sonetti, che allestisce uno squadrone per puntare alla Serie A. Nonostante la presenza in rosa di Negri e Branca, manco a dirlo De Vitis è capocannoniere della squadra con 15 reti e festeggia così la sua prima promozione in massima serie
Nella stagione 1989/90, a 25 anni, De Vitis ha finalmente la possibilità di misurarsi in quello che all’epoca era il campionato più difficile del mondo confrontandosi con campioni del calibro di Maradona, Van Basten o Klinsmann. I tre stranieri acquistati dall’Udinese rispondono ai nomi di Nestor Sensini, Abel Balbo e la bandiera del Real Madrid Ricardo Gallego. Scalzato dalla coppia Balbo-Branca, De Vitis trova meno spazio e chiuderà il torneo con 21 presenze e 4 reti, ma soprattutto con un brutto infortunio al ginocchio che lo mette ko in primavera
L’Udinese retrocede all’ultima giornata, De Vitis viene confermato anche in B ma fatica a riprendersi dall’infortunio e segnerà solo 1 gol in 19 partite. Per Totò è il momento di cambiare aria e il primo a telefonargli è Gian Pietro Marchetti, ds del Piacenza di Gigi Cagni neopromosso in Serie B. L’attaccante pugliese è titubante: pensa di meritarsi obiettivi più importanti di una mera corsa per la salvezza e ci mette circa 20 giorni a convincersi a indossare il biancorosso, colpito dalla caparbietà con cui Marchetti lo mette al centro di un progetto che da lì a pochi anni scriverà una piccola grande pagina di storia del calcio italiano.
 
 

Il miracolo Piacenza

Con la responsabilità di sostituire il bomber Cornacchini ceduto al Milan e di fare da chioccia a un diciottenne della Primavera molto promettente di nome Filippo Inzaghi, De Vitis ritrova la rapidità e l’opportunismo che aveva smarrito con l’infortunio, segna 17 reti (secondo solo a Ganz del Brescia primo in classifica con 19) e consente al Piacenza di conseguire una tranquilla salvezza e di iniziare un ciclo vincente con Totò De Vitis capitano.
La squadra viene rinforzata con gli arrivi di Taibi, Maccoppi, Carannante e Turrini e, nonostante l’obiettivo fosse ovviamente la salvezza, i gol a raffica di De Vitis (tra cui una spettacolare doppietta nel derby padano con la Cremonese e un gol di tacco pazzesco contro il Verona) spingono i piacentini verso la lotta promozione. All’ultima giornata gli emiliani si giocano le uniche due piazze disponibili per la Serie A con il Lecce, il Padova e l’Ascoli del cannoniere Oliver Bierhoff. I biancorossi sono impegnati a Cosenza, i salentini in casa con la Lucchese mentre all’Euganeo Padova e Ascoli disputano la partita della vita. La tensione in città è palpabile. Durante l’allenamento settimanale all’allora stadio Galleana i tifosi contestano l’attaccante Fulvio Simonini, arrivato nel mercato di riparazione e colpevole di troppi errori sotto porta. “Va a finire che domenica segni te”, gli dice De Vitis consolandolo. 
Ma mentre il Lecce passa in vantaggio e Bierhoff sigla una doppietta a Padova scavalcando nella classifica marcatori De Vitis, allo stadio San Vito di Cosenza del Piacenza non c’è traccia. A suonare la carica è ovviamente capitan De Vitis, che centra la traversa con un’acrobazia. È il segnale della svolta: nei minuti di recupero del primo tempo, Totò si inventa anche assistman e libera Simonini solo davanti al portiere. Tenendo fede alla profezia fattagli dal capitano in un momento difficile, stavolta l’attaccante non sbaglia e segna di collo pieno facendo esplodere il settore ospiti. Sarebbe spareggio con l’Ascoli, se solo il Padova non ribaltasse la partita e Taibi e la sua traversa non facessero il resto: il Piacenza, trascinato dai 19 gol di De Vitis, è per la prima volta promosso in Serie A.




 

La “scuola De Vitis”

Il Piacenza di mister Cagni, del ds Marchetti e del presidente Garilli affronta da matricola la Serie A con una scelta rivoluzionaria: rinunciare all’acquisto di giocatori stranieri, preferendo puntare sul gruppo che ha conquistato la promozione. Gli unici innesti sono il difensore Cleto Polonia, l’attaccante Marco Ferrante e la riconferma del forte portiere Taibi in comproprietà dal Milan. L’avvio è ovviamente molto complicato e De Vitis viene scalzato dalla coppia Ferrante-Piovani, cedendo la fascia di capitano a Settimio Lucci. Anche dalla panchina e con un solo gol all’attivo, il leader della squadra resta pur sempre lui. Ed è da lui che il Piacenza riparte nel 1994/95 dopo la retrocessione in B. Ma, anche in questo caso, a De Vitis resta il rimpianto e una domanda che resterà sempre senza riposta: cosa sarebbe successo se avesse potuto aiutare i compagni da titolare?
Gigi Cagni viene riconfermato in panchina e con lui lo zoccolo duro della squadra: da Taibi a Lucci, da Maccoppi a Turrini, da Polonia a Piovani, da Moretti a Suppa. E, ovviamente, Totò De Vitis che nonostante le lusinghe e i complimenti ricevuti dai tifosi del Lecce durante le sue vacanze estive nel Salento, con i giallorossi appena retrocessi in Serie C è fermamente convinto a restare a Piacenza. Con la partenza di Ferrante, infatti, torna titolare nel tridente al fianco di Piovani e Filippo Inzaghi, rientrato dal prestito al Verona. È un trio a dir poco fenomenale. Il giovane Pippo (che l’anno prima ne aveva fatti 13 sempre in B) somiglia molto al bomber pugliese per la sua capacità di leggere le difese avversarie e di tagliare sul primo palo, al punto che gli addetti ai lavori coniano il termine “scuola De Vitis”Ma come ha specificato con estrema umiltà lo stesso Totò, “l’istinto del gol bisogna avercelo di natura e Inzaghi avrebbe sfondato anche senza di me, scuola o non scuola”.
E proprio come Totò, anche Pippo farà la felicità di tante piazze: il 16 ottobre ’94, quando il Piacenza sbarca all’Arechi di Salerno, De Vitis viene circondato dai tifosi durante il riscaldamento e portato letteralmente di peso in trionfo per un giro di campo di ringraziamento con gli applausi di tutto lo stadio. Sono passati nove anni da quella mezza stagione alla Salernitana, ma evidentemente i suoi 16 gol non sono stati dimenticati. A fine stagione Inzaghi di gol ne segna 15 come Piovani, De Vitis 12 e il Piacenza è primo in classifica e di nuovo in Serie A.
 
 

La seconda giovinezza a Verona

Sempre senza stranieri, stavolta però il Piacenza decide di rivoluzionare la squadra e in particolare l’attacco: dentro Caccia e Cappellini, fuori Inzaghi (ceduto per 6 miliardi di lire al Parma) e De Vitis, che scende nuovamente in B per 400 milioni di lire all’Hellas Verona. A 31 anni per Totò potrebbe essere il definitivo declassamento a “bomber di categoria”, ma accetta comunque la destinazione convinto di poter ancora dire la sua e, magari, riassaporare per un’ultima volta la Serie A. A Verona trova dei veterani come Marco Baroni e Onofrio Barone ma anche dei giovanotti di ottima prospettiva come Damiano Tommasi e l’attaccante Marco Di Vaio, cui è chiamato a fare da chioccia come fece per Inzaghi.
La cavalcata del Verona con Attilio Perotti in panchina è straordinaria e i 13 gol di Totò De Vitis (capocannoniere della squadra) la terranno in cima alla classifica praticamente fino all’ultima giornata. La brusca frenata degli ultimi quattro turni, infatti, non impedirà agli scaligeri di centrare la promozione e a De Vitis di prendersi la sua rivincita in Serie A. 
Sulla panchina gialloblu torna una vecchia conoscenza di Totò, Gigi Cagni. Ma nonostante potesse schierare giocatori come Siviglia, Corini, Italiano, Orlandini e Maniero, la compagine veneta si arenò ben presto sui bassifondi della classifica, dicendo addio alla massima serie con diverse giornate di anticipo. Non furono sufficienti i 12 gol di Maniero e i 6 di De Vitis (sua migliore stagione in A a 33 anni), che nonostante la delusione decide di restare e ricominciare insieme a mister Cagni. Come l’altro Pippo, Inzaghi, anche Maniero sceglie la destinazione Parma e per sostituirlo come partner d’attacco di De Vitis il Verona sceglie Alfredo Aglietti del Napoli. La squadra, però, risente ancora delle scorie negative della stagione precedente e, dopo un avvio promettente, rallenta di botto. Cagni viene sostituito da Maddè e tanto per cambiare sono i gol di De Vitis (12) a tenere a galla l’Hellas
Antonio De Vitis - Verona 1995/99 - Fonte Calcio Hellas
 

Addio con promozione

A 34 anni Totò De Vitis ha ancora la fame e la voglia di scendere in campo e lo fa per un’ultima stagione ancora col Verona, determinato a riportare gli scaligeri in Serie A. Il cambio di proprietà da Mazzi a Pastorello prova a combattere lo scetticismo dell’ambiente portando aria nuova tanto dietro alle scrivanie quanto in campo e in panchina. Il nuovo allenatore è Cesare Prandelli, reduce da uno sfortunato esordio in A col Lecce e desideroso di riscatto. De Vitis parte fortissimo con una doppietta alla Nocerina in Coppa Italia, poi subito un’altra al Pescara alla prima giornata e i gol contro Lucchese e Reggiana alla seconda e alla terza. L’esplosione di Cammarata lo mette un po’ in ombra, ma alla fine segnerà 7 gol in campionato, tra cui la doppietta all’ultimo turno nel pareggio col Genoa nella sua commovente partita d’addio, nonché passerella per la promozione del Verona in Serie A: la quinta della sua lunga carriera.
A questo punto Totò decide di dire basta, tornare a Piacenza e dedicarsi alla famiglia (il figlio Alessandro è un centrocampista del Pisa in B). L’amore per il campo, il desiderio di trasmettere qualcosa ai più giovani unitamente all’attaccamento ai colori del Piacenza, lo spingono ad accettare l’incarico di allenatore degli Allievi biancorossi prima e di responsabile dell’area tecnica poi. Nel 2003 si ritrova al fianco di Fulvio Collovati come direttore sportivo, prima di trasferirsi alla Fiorentina diventandone addirittura il capo degli osservatori. Nel 2011 lascia Firenze e ritorna a Piacenza, dove si mette a disposizione di una piccola squadra dilettantistica locale e apre una piccola parentesi da opinionista televisivo in attesa di una chiamata. Che arriva da Francesco Palmieri, all’epoca responsabile del settore giovanile del Parma, che lo vuole come suo uomo di fiducia tra lo staff degli osservatori. Al punto che, dopo il fallimento dei ducali, De Vitis lo seguirà anche al Sassuolo in qualità di capo degli osservatori neroverdi.

Antonio De Vitis - Capo Osservatore Sassuolo - Fonte La Nazione

 
Come PrisciandaroInsanguine, dunque, Totò De Vitis è stato un altro bomber pugliese protagonista positivo di tante belle storie di calcio in provincia. Attaccante d’altri tempi, prima punta fisica e potente nonostante il metro e settantacinque di altezza, a differenza dei primi due però non ha legato la propria storia alla Puglia se non per il breve ma intenso biennio col Taranto. Una carriera segnata da tanti successi, personali e di squadra, e da qualche rimpianto: dalla Serie A solo sfiorata col Napoli alla maglia del Lecce mai indossata, passando per l’unica stagione da comprimario proprio l’anno della retrocessione del Piacenza fino al terribile ko che ne ha pregiudicato la consacrazione in A con l’Udinese. Ma in definitiva, stiamo parlando di un giocatore che con la sua esperienza in area di rigore ha fatto scuola a goleador di fama internazionale come Inzaghi, Di Vaio o Maniero, capace di siglare oltre 150 gol in 425 presenze tra Serie A, B e C. E scusate se è poco. 
 
 
Luca Brindisino

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